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Gozzano Lido Quadrortathon foto Daniela Gianaroli

SERVIZIO FOTOGRAFICO

 

I lettori di Podisti.net ricorderanno i resoconti sulla “Venti in Dieci” (ovvero, venti maratone organizzate in dieci giorni), dello scorso agosto. Anima di quell’iniziativa fu Paolo Gino, milanese innamorato del lago d’Orta (dove possiede un appartamento), e da due anni presidente del Club Super Marathon, l’associazione cui si può iscrivere chiunque abbia completato almeno cento maratone (poi ridotte a cinquanta).

 

L’anno scorso, e così dal 2014, le maratone e mezze maratone si svolgevano tutte sullo stesso tracciato, più o meno sul lungolago sud-occidentale, da Buccione (alias Gozzano Lido) a Ronco, di 10,5 km di cui 3 o 4 ghiaiati, tra le spiaggette e le pendici erbose che portano ai centri abitati. Si replicherà il prossimo agosto, con la riduzione del programma a “soltanto” 10 maratone e non più venti, e naturalmente la possibilità per chiunque di correrne una sola o quelle che gli pare.

 

Ma in questo giugno, al Club Super Marathon si è presentata l’occasione del compimento delle prime 1000 maratone da parte del suo socio vivente più prolifico, l’altro milanese di adozione Vito Piero Ancora, classe 1953: su di lui ha tempestivamente scritto l’altro supermaratoneta, e nostro collaboratore, Michele Rizzitelli. Integro il suo racconto riferendo delle due maratone cui ho partecipato, attratto, oltre che dalla possibilità di rivedere tanti amici e ‘rivali’ lungo decenni, anche dalla novità dell’idea di Paolo Gino: non quattro maratone sul solito circuito, ma quattro tracciati diversi, tutti con partenza da Buccione ma scelti, da raffinato intenditore, per mostrare le tante bellezze del lago e dei suoi dintorni. Lo scopo dunque era, non solo quello di accompagnare Ancora nella sua cavalcata, ma di scoprire un angolo dell’Italia più bella, e dell’unico lago prealpino attorno al quale non si sia corsa una maratona. Una volta tanto, direi, passava in ultimo luogo la statistica, l’ansia di appuntarsi un numerino in più nella caccia a record che, oltre un certo livello , escono dall’ambito sportivo per passare nella deteriore ricerca dei cosiddetti Guinness; ciò che nei casi estremi ha generato distorsioni individuali poco raccomandabili.

 

Personalmente, avevo scelto di partecipare con le scarpette ai piedi alla seconda delle quattro maratone, quella del 2 giugno che prevedeva l’ascesa al Mottarone (pudicamente indicata dall’organizzatore con un D+ 859, quando in realtà la sola differenza altimetrica tra il lago e la cima è di 1080 metri). Poi, la ciliegia del Mottarone ha tirato l’altra del giorno successivo, la salita al passo della Cremosina (addirittura in provincia di Vercelli), a Pian della Seta e alla Madonna del Sasso, con discesa che si immetteva sul tracciato ‘memoriale’ della Venti in Dieci (che a dire la verità è stata la parte meno gradita dai partecipanti), sfruttato per gli ultimi 15 km. Mai maratona è stata meno preparata di questa seconda; per fortuna, mi ero portato un cambio di indumenti, un solo paio di scarpe ma tre di calze, due t-shirt (purtroppo, solo una bianca) e due pantaloncini, dunque il minimo sindacale c’era.

 

Ho trovato sorprendente come Paolo Gino, uomo non solo ma al comando di un gruppetto di collaboratori che non superava le dita delle due mani, sia riuscito a organizzare quattro gare, segnando quattro tracciati (e cancellando la sera stessa i segnali della gara già fatta), allestendo ristori idrici all’incirca ogni 5 km, più due ristori – diciamo pure, pasti completi, inclusivi di birra, vino, grappa – nella tappa del Mottarone, e un altro ‘pasta party- al km 25 della terza tappa, nel cui tratto finale erano più frequenti i tavolini con acqua e limoni, visto l’avvicinarsi della temperatura ai 30 gradi. E non parlo  del programma di contorno, escursioni quotidiane in pullman, battello, funivia. Questo lascia capire come mai la divulgazione delle classifiche avverrà con un po’ di ritardo: a parte uno o due giudici Uisp scaglionati lungo il percorso, gli arrivi e i cronometraggi erano direttamente gestiti da Paolo Gino, impegnato dunque ogni giorno fino alle 16 (cioè allo scadere del tempo massimo), e poi, subito dopo, nel programma pomeridiano-serale di intrattenimento.

 

Dunque, dopo la prima tappa del 1° giugno, che giungeva al lago Maggiore tra Lesa e Stresa, vinta dall’iraniano Gambiz Nadjd (complice anche un errore di percorso nel tratto finale di Daniele Santinato, che in compagnia della cagna Mascia era in testa fino in vista dell’arrivo), eccoci il 2 all’orario fisso delle 8, sulla spiaggia del Lido ancora deserta, per la salita al Mottarone: dalle 6,30 Paolo Gino, in compagnia dell’altro Paolo (il Fastigari da Nerviano, che poi correrà col suo tipico appoggio sulle punte, praticamente senza toccare terra col tallone) gestisce le iscrizioni last minute, che porteranno il totale dei partecipanti a superare il centinaio ogni volta.

 

Il percorso è segnato con numerose frecce appese ai muri, agli alberi, ai segnali stradali (e per quante se ne mettano, capita sempre che una non la vedi e, se non c’è uno sbandieratore,  sei indotto a dubitare); le strade sono aperte al traffico, che specie sul Mottarone è molto intenso per via di ciclisti e motociclisti (ci si aggiungerà, nel nostro tratto ascendente,  un corteo di auto d’epoca, dagli scarichi super-inquinanti degli anni Sessanta, e nella discesa un matrimonio nella chiesa di Vacciago, verso il km 35, con relativo corteo di auto fastidiosamente strombazzanti tra la chiesa e il ristorante, intorno a mezzogiorno).

 

Il Gps dice che il dislivello totale raggiunge i 1366 metri, e la distanza è di poco superiore a quella canonica (a me risultano 42,700): l’ascesa è in buona parte corribile (si capisce, ai 9’ a km per quelli di metà gruppo), il percorso ombreggiato nell’andata, i panorami spettacolari, sui due laghi principali e gli altri della zona lombarda (Varese eccetera) che si ammirano dal km 17 in poi. Tre km di giro attorno alla sommità, tra l’arrivo della funivia di Stresa (dove c’è il primo dei pasti su cui sopra, con possibilità di scegliere tra polenta e maccheroni) e la zona dei ristoranti orientata verso Orta, e poi la discesa per la stessa strada. Saluti e “cinque” tra colleghi che si incontrano (Rizzitelli mi rassicura che questa volta non riuscirà a raggiungermi; ma gli replico che la mia eventuale ‘vittoria’ non vale, perché lui ha già corso il giorno prima); lemme lemme, arriva su anche la berlinese Sigrid Eichner, oltre duemila maratone all’attivo; come il vecchio campione della pista, Gianfranco Toschi, che corre maratone dal 1978 (Casale, raccontata da Matteo Sebastiano Piombo, professione sacrista, in arte giornalista e narratore), e, nonostante seri problemi di salute, continua a completare delle 42 più o meno autogestite, e dichiara di aver raggiunto quota 1052. Qui sul Mottarone rievoca le imprese di Merckx e Baronchelli, i cui emuli scendono giù ai 70, rendendo problematici i nostri tagli delle curve (uno di costoro piombandomi alle spalle mi insulta e io riesco a beccarlo con uno dei bicchieri prelevati da un ristoro, e rammentandogli una sua possibile filiazione da un ex ciclista e maratoneta, poi anche capo del governo). A proposito, in questi luoghi sono state frequenti le apparizioni della Madonna, e tra le maratonete in gara c’è anche una Veggente: colei che vide il sunnominato capo del governo salire su un’auto durante una maratona, che però nessun Verrascina ebbe il coraggio di annullare, e nessun Papa ha mai interrogato nel processo di beatificazione.

 

Al secondo maxi-ristoro della Madonna di Luciago, quota 915 a circa metà della discesa, mi siedo e mangio un megapiatto di maccheroni innaffiato da parecchia birra: poi ci sarà abbastanza strada per raggiungere i non molti astemi che mi hanno passato, ma per essere a mia volta raggiunto dal vincitore di ieri, Nadjd, che oggi gareggia in modo amatoriale e si è addirittura permesso di prendere il via un’ora dopo!

 

Insomma, l’agonismo è l’ultima cosa che interessa, anche se va segnalata la vittoria  del supercampione Marco Bonfiglio (io lo incrocio al mio km 13 che per lui significa 25 o circa!) Al traguardo ci attende lo spicchio di medaglia della giornata (chi le collezionerà tutte e quattro potrà comporre un caratteristico quadrifoglio), e l’abbondante ristoro cui si aggiungeranno poi i maccheroni avanzati in quota, cocomere, abbondanti birra e coca. Chi vuole, può tuffarsi nel lago, come fa la cagna Mascia vincitrice ieri e oggi ‘solo’ quinta.

 

Prudenzialmente, il suo padrone Santinato la lascia a riposo nella terza tappa, denominata dalla Madonna del Sasso, e che segna il raggiungimento delle 1000 maratone di Ancora: distanza dichiarata 44,5 km (sostanzialmente confermata dai Gps), con dislivello di circa 700 metri e il punto più alto a 875 slm, su strade assai meno trafficate e talora più piacevoli di ieri, anche per le frequenti fontane dei paeselli più alti tra Zuccaro e Valpiana.

 

Lascio passare la nottata per sentire cosa dice il fisico, e decidere sulla partecipazione. Il fisico mi sveglia già prima delle 5, e allora, non vale la pena di poltrire sul letto auscultando gli indolenzimenti dei polpacci o le vescichette sulle dita o quel graffio al braccio destro procuratomi per aver troppo rasentato un cespuglio nella discesa dal Mottarone onde evitare un contatto ravvicinato con una moto. Non ho mai fatto due maratone in due giorni contigui; ma è sempre meno che fare 100 o 150 km in un colpo solo, e allora rieccomi verso le 7 al Lido a versare il modestissimo obolo di 20 euro conservando il pettorale di ieri.

 

Di rito le foto, individuali e di gruppo, col ‘millenario’ Ancora, sia dai nostri cellulari sia dal professionista milanese Sergio Tempera: che regge la macchina con una mano sola ma a differenza di Nerino fa le foto orizzontali, e verso il km 38, in un andirivieni più scenografico che tecnico al molo di Pella di fronte all’isola di S. Giulio, espleterà un po’ il ruolo di controllore fotografando tutti i podisti che passano in ossequio alle stramaledette frecce.

 

Anche oggi la salita si svolge perlopiù all’ombra; il panorama sul lago, un paio di km prima della Madonna del Sasso, merita una piccola deviazione dalla strada. Mi permetterò poi di entrare pure nella chiesa, il che mi costerà qualche sorpasso subìto e la perdita definitiva di contatto dalla Miss in gara, la toscana Luisa Betti che tanti cuori infrange pur senza saperlo. E a nulla mi vale la rinuncia ai maccheroni del km 25: persino Rizzitelli mi raggiunge e supera, con pieno merito come nella prassi dell’ultimo biennio.

 

Tutti però soffriamo il tratto-revival della 20 in 10, complice anche un’ errata segnalazione chilometrica che ci dà 30 km ben prima di raggiungere il lago e gli ultimi quindici tra Pella, Ronco e Buccione; basti dire che tra quel cartello dei 30 e il successivo dei 35 km impiegherò un’ora e mezzo (al traguardo poi apprenderemo che erano cartelli riferiti al  tracciato dell’indomani!). Un problema psicologico del genere affligge pure Nadjd, incrociato appunto a Pella, quando a lui mancano 6-7 km e a me una quindicina: dice che stavolta lo prendo, cosa ovviamente non verificatasi (arriverà sesto, una quarantina di minuti dietro il Santinato senza Mascia).

 

Piuttosto arida la strada da Pella a Ronco (fosse almeno pari: ma l’etimologia del nome mi rassicura che si va in su), affrontata dopo mezzogiorno, per fortuna rinfrescata da due tavoli di bevande e da uno zampillo freschissimo sebbene non segnalato (Fastigari mi garantisce che lui ci beve da anni senza conseguenze; e potevo anche fidarmi di quanto scritto da Lorenzini il 13 agosto 2016: “un ristoro con acqua e bevande che più fresche non si può grazie ad un ruscello che viene dal monte e si trova vicino al percorso di gara”); il tratto finale è invece uno stradello pedonale deliziosamente immerso nel verde, fino all’ingresso nella spiaggia dove Paolo Gino ti annota, una ragazza ti mette al collo lo spicchio giornaliero di medaglia, e così via.

 

Docce disponibili nel bagno pubblico in loco, ove sta pure il deposito bagagli; e mentre ti rifocilli seduto all’ombra assisti all’arrivo di tutti gli altri, e scambi chiacchiere coi già arrivati (tra cui il super-super maratoneta reggiano Antonio Tallarita, già vincitore della Torino-Roma no-stop di 712 km, che mi promette un pezzo chiarificatore a proposito del doping tra gli adepti delle lunghe distanze, che non ritiene affatto generalizzato come era parso di capire da una sua intervista). Vabbè, drogati no, ma usufruttori di autostop nella più celebre 100 km italiana, sì e alla grande!

 

A differenza delle maratone ‘normali’, è però arduo apprendere dai colleghi quanto gli misura il Gps, perché la maggioranza dei supermaratoneti corre senza orologio o con cronometrini da 30 euro.

 

Il post-gara del giorno 3, esauriti gli arrivi e fatte poche ore di relax, prevede la cena in spiaggia, quale festeggiamento dovuto per Ancora (che oggi chiude in souplesse intorno alle sette ore, scortato da una ventina di amici tra cui la sempre sorridente Isabella Introcaso, altra lombarda d’adozione), con l’aggiunta di urrah supplementari da parte di chi non tifa allo stesso modo di Lapo Elkann.

 

La Quadrortathon, come è noto, si chiude con la quarta maratona del 4 giugno, giro completo del lago in senso antiorario, con altri 420 metri di salita fino a Cesara, e la discesa di nuovo a Pella ma evitando, Deo gratias, il ricciolo di Ronco. Ma di questa (vinta comunque da un altro milanese noto, Francesco Murianni) potrei parlare solo per sentito dire, e rinvio per un quadro complessivo a un pezzo che verrà dall’organizzatore.

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