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Pastrengo Trail 2017 cartina e foto

 

Un’improvvisa illuminazione a ora di pranzo del venerdì (mia moglie chiede: “Domani si corre da qualche parte?”), il recupero di un antico foglio scarabocchiato con le “Gare da farsi”, una consultazione su internet, ed eccomi iscritto in extremis, dopo la scadenza del termine, a questo trail originale (no, non sono un raccomandato: ho solo beneficiato di una cessione da parte di Massimo Muratori, storico partecipante a tutte le edizioni, ma oggi ammalato).

 

Ricevuto sabato mattina l’ok degli organizzatori, mi metto in viaggio per questa località che conoscevo soprattutto dai ricordi di scuola elementare, quando ci entusiasmava la storia del Risorgimento che le sante maestre di allora univano al “Piemonte” di Carducci (“suon de la prima italica vittoria” conseguita dal re Carlo Alberto “per tanti anni bestemmiato e pianto”) e al “Cuore” di De Amicis, con la carezza del re in ricordo del quadrato di Villafranca (vabbè, non in quella guerra, ma lo spirito era lo stesso).

 

Pienamente risorgimentale è anche la sede della gara, tra due forti austriaci costruiti da Radetzky e annessi all’Italia solo nel 1866: prima, proteggevano la via di Verona impedendo il passaggio dell’Adige che scorre ai piedi della collina a est di Pastrengo. Campo base per la corsa (ritrovo, passaggio di ogni giro e traguardo finale, ristoro, pasta party ecc.) è il Forte Degenfeld, un arnese poderoso, ottimamente conservato; a sorvegliare la nostra andatura è il Forte Poggio Pol, che controlla la salita cosiddetta del Getsemani (nome non proprio augurale; e non era la salita peggiore).

 

Trail originale, dicevo: rispetto alla normale tipologia, che prevede un anello unico e dunque l’allontanamento del podista anche di parecchi km da un rifugio sicuro (e quando ci scappa l’infortunio sono dolori e polemiche), qui siamo su un circuito che, come spiegano le simpatiche istruzioni, “misurerà circa 6,500 km per 270 metri d+ (ma secondo alcuni sono 300 e più ...) dunque con aumentato dislivello positivo rispetto alle precedenti edizioni. Abbiamo inoltre accentuato le caratteristiche trail, sostituendo ai tratti su strada battuta e asfalto della seconda metà di gara, pista monotraccia e sentieri nei boschi” (mi piace questa parola “monotraccia” invece di single track); “Fermo restando strappetti vari e la confermata salita degli ulivi (cd. "Getsemani") si segnalano un paio di ascese inedite (la "variante del Sal" e la "direttissima del Bril") oltre a un finale tagliagambe che risale il monte del Forte Degenfeld e ne percorre i bastioni offrendo uno spettacolare panorama”.

 

Tutto confermato, a parte il panorama che solo in parte si apriva sulle pianure a est (verso l’Adige) e a ovest (verso il Garda), causa le nuvole basse che, puntualmente all’inizio della gara (ore 11) si sono trasformate in pioggerellina continua, con una sola mezzoretta di tregua verso la quarta ora. (Per consolarsi, si può attingere al collage di foto scattate da Teida Seghedoni nel 2014 e assemblate con la consueta perizia da Roberto Mandelli).

 

L’idea del circuito “breve” (che comunque richiede una quarantina di minuti ai più bravi, un’ora od oltre ai ‘non professionisti) non è malvagia, visto che consente a chiunque di ritagliarsi il proprio percorso, senza spaventarsi dei 20 km o su di lì che caratterizzano persino gli “short trail”: guardando le classifiche affisse all’ingresso del pasta-party, ho visto che alcune decine dei 210 classificati (17 in più dell’anno scorso, nonostante il tempaccio; da aggiungere le coppie di staffettisti) avevano corso solo un giro o due. I primi sette della graduatoria hanno completato 9 giri (due in meno del vincitore dell’anno scorso, quando il fondo era sicuramente meno infame), ma solo tre di loro sono stati dentro le 6 ore; 11 hanno fatto 8 giri, gli altri a seguire. Ha vinto Christian Modena, vincitore l’anno scorso nella staffetta, che oggi ha amichevolmente condiviso il successo col secondo, Nicola Bassi vincitore individuale l'anno scorso, e ora distanziato di 1” per sentenza degli spietati chip Sdam (i risultati non sono però ancora online 24 ore dopo; li ha pescati Morselli con una delle sue magie). La prima donna è Marta Poretti, 24a assoluta con 7 giri, come la seconda e la terza, che però hanno superato di poco le 6 ore per completare l'ultimo giro.

 

Ripetizioni noiose? Non direi: non siamo al livello di certe squallide 6 o 12 ore che, specie al sud, si svolgono su anellini stradali di un km. Qui stiamo sempre in mezzo al bosco, ogni tipo di sentiero non dura mai più di 100 metri, e subito si passa, per esempio, da una carraia in leggera discesa a un 20-30 metri da rimontare su sentiero in salita; scendiamo per tre volte al livello del fondo valle, lungo un canale derivato dall’Adige (alla seconda discesa, sul parapetto era allestito un ristoro extra a base di birra), risaliamo da 124 a 227 metri più volte, con strappi mai troppo lunghi ma talora intensi (al km 3-4 il Gps segnala una salita complessiva di 155 metri e discese per 70), e col passare delle ore resi più problematici dal fango: per fortuna, oltre a gradini che venivano costantemente sbadilati da eroiche persone del team (ecco un mestiere da affidare ai cosiddetti richiedenti asilo, se davvero hanno voglia di integrarsi e non solo della paghetta giornaliera!); in cinque o sei posti erano state tese corde da alpinismo, quanto mai benedette da noi peones anche in due o tre discese micidiali, ma usate pure dai campioni perlomeno in salita (quanto alle discese affrontate un po’ troppo alla garibaldina, negli spogliatoi ho visto tumefazioni e gonfiori e croste e bendaggi…).

 

Ristoro unico, molto ricco, in un tendone nel cortile del Forte, venti metri dopo il rilevamento chip; segnatura perfetta, e in più addetti disseminati lungo tutto il percorso, che ti porgevano la mano se non ce la facevi a risalire l’erta. In cima al “Getsemani”, per tutte le sei ore è stazionato un trombettiere che ci rincuorava. Peccato invece che l’arrampicata agli spalti del Forte, novità di quest’anno che implicava anche l’inversione dell’entrata nel cortile del traguardo, fosse aiutata da una corda solo nel primo giro; poi ci siamo arrangiati anche di mani e ginocchia, con scivoloni sempre più frequenti al procedere del pantano: il bello di queste singolari ‘ripetute’ consisteva nel fatto che, passaggio dopo passaggio, sperimentavamo varie tracce e magari alla fine ci fissavamo su una più adatta.

 

Il brutto è che, arrivato a casa, dopo una notte e una mattina intera di calze e guanti tenuti in un secchio d’acqua più volte cambiato, colei che in casa mia fa il bucato ha sentenziato che non si sarebbero mai più puliti, e ha buttato tutto nel rusco. Meno male che nel pacco gara (per 30/40 euro a seconda della data di iscrizione) c’era anche un paio di calze tecniche da trail!

 

Unico luogo decentrato rispetto al Forte, le docce, ampiamente segnalate e da raggiungere preferibilmente con auto propria; a differenza delle corse ‘normali’, dove solitamente l’acqua calda è privilegio dei primi, qui invece “beati gli ultimi”, quelli cioè che si fermavano dopo un giro o due, ed erano i primi a raggiungere il sito. Chi tirava oltre le cinque ore, bè, trovava un’acqua che – come ha detto un mio vicino di doccia – era pur sempre più calda della pioggia. In ogni caso, uno spogliatoio da soccorso più immediato e recupero dei vestiari asciutti era disponibile a fianco del traguardo.

 

Docciati, c’era tutto il tempo di tornare al Forte per le premiazioni e il pasta-party (un primo a scelta, affettati e sottaceti come secondo, birra o altra bevanda ‘spiritosa’, oltre all’acqua che non era contingentata).

 

Insomma, un tipo di trail da incoraggiare perché privo di quell’alone estremo che spaventa i principianti e gli stradisti; a occhio, direi di aver visto una presenza femminile più ampia di quella che di solito si ha in queste gare (12 nelle prime cento della classifica, e 12 nelle ultime venti). Se poi ci fosse anche bel tempo… ma gli organizzatori avevano avvertito: “La gara si svolge in pieno inverno, confidiamo nella clemenza del meteo, ma siamo pronti a tutto!”.

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