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casaglia san luca 2017 jader consoliniSERVIZIO FOTOGRAFICO (Jader Consolini)
Avrebbe 51 anni, questa corsa nata nel 1966 tra i frequentatori del Bar Edison di via XXI aprile, a mezzo km dallo stadio (vinse allora un bolognesissimo Claudio Querzé, e i tempi non vennero registrati per i primi quattro anni, perché si trattava di una sfida tra amici il cui premio in palio era la cena pagata dall’ultimo). Li avrebbe, ma questa del 2017 è stata solo la 35° edizione, perché, dopo un primo periodo d’oro fino al 1987, quando in pratica gareggiavano soprattutto gli “assoluti”, vincevano i Cindolo, i Fava, tre volte Bordin (ricordo che nelle mie prime partecipazioni gli amatori avevano una classifica a parte, e una medaglietta solo fino al 100° arrivato, poi buonasera grazie), la corsa fu interrotta per dodici anni; per rivivere poi il suo decennio d’oro tra il 2000 e il 2010, dove il ‘circolante’ era tale da indurre a venirci, e quasi sempre a vincerla, corridori africani, i Tanui, Rotich, Rugut, cui stavano bene pure i 400 euro del premio ufficiale (se non c’era anche qualcosa sotto il banco; 200 per la prima donna).

E noi poveretti? Ci venni una prima volta nel 2002 (e la raccontai su Podisti.net), notando che appena 130 amatori si erano uniti alla cinquantina di assoluti,

pur sapendo che non esisteva pacco-gara e che solo i primi cento arrivati avrebbero ricevuto una medaglia: ma per noi, la classifica vale piu’ di un chilo di spaghetti. Ridevano meno altri colleghi di corsa, alla domanda se domenica avrebbero fatto il “Tune-Up” cittadino: la risposta piu’ frequente era: “buttare via 19 euro per due chili e mezzo di tortellini??”

Ogni anno ci tornavo, notando però il progressivo calo di partecipazione: nel 2005 fummo classificati in 132 (assoluti compresi, Philemon Tanui in testa); amatori sempre più mosche bianche, disposte a spendere

5 euro; anche se probabilmente non vincerai niente, nemmeno la medaglietta dozzinale che comunque dopo i 50 minuti ti negheranno. Se non altro, c’è un progresso: il cronometro finale che veniva spento dopo i canonici 50 minuti, perche’ chi va piano non ha nemmeno il diritto di sapere quanto ci ha messo, questa volta resta acceso fino ai 57 minuti dell’ultima (che poi moralmente ultima non e’, dato che la seguono i soliti risparmiosi senza pettorale).

Solo nel 2009 il tempo massimo fu elevato a un’ora, ma gli arrivati furono i soliti 134. Quella dell’anno dopo fu l’ultima edizione, poi niente fino all’ottobre 2015, quando vinse Rudy Magagnoli che in precedenza si accontentava di essere il primo italiano dopo cinque coloureds (così già nel 2005); 161 arrivati nel 2015… E niente l’anno scorso.
casaglia san luca 2017 2 jader consolini

Tornandoci quest’anno per l’ottava volta, ho un po’ rimpianto i tempi antichi del Bar Edison, quando il traguardo in fondo a via XXI aprile ti costringeva a fare gli ultimi 500 metri in piano col cuore in gola dopo l’ubriacatura dei tornanti fino all’arco del Meloncello; ma era un rimpianto solo nostalgico, perché adesso la collocazione nel piazzale dello stadio – seppure dal lato della torre di Maratona, quello più devastato dalla tremenda ristrutturazione del “Littoriale” firmata Luca Cordero nel 2010 (altro luminoso traguardo sportivo raggiunto dal top bad manager de noantri) – è comoda, ottimale per l’ampio spazio, la disponibilità di parcheggi e di servizi. Incluso l’indispensabile servizio di custodia borse, ‘taggate’ con un elegante bigliettino in plastica che è un peccato buttar via.

Nuovo anche l’anticipo di due mesi abbondanti, che concede un po’ più di chiarore nella prima metà (anzi, i primi arrivano addirittura sul traguardo che ci si vede ancora qualcosina); iscrizioni passate a 10 euro (15 il giorno della gara), più l’eventuale cresta di 2,50 per chi si iscrive via Sdam; cronometraggio da chip, che non ha il tempo effettivo data la mancanza di un tappetino sul via, ma consente ben tre classifiche parziali (quella ‘platonica’ degli scalatori fino al km 7.5, e invece quelle premiate degli ultimi 500 metri di salita fin sotto la basilica, e della discesona di 2.2 (il mio Gps dice 2,350, per un totale che appunto supera di 150 metri la distanza ufficiale).

Ad aggiudicarsi quasi tutti i trofei sono volti noti del podismo reggiano, giunti a qualche successo anche fuori regione: il sempiterno Magagnoli, quarantenne che sembra addirittura più magro di vent’anni fa, e conferma il titolo del 2015 sia pure correndo più lento di oltre un minuto (oggi 35:45, che vale sempre 3:30 a km); e la quarantacinquenne docente universitaria di Economia (a Reggio tiene persino un corso solo in inglese!) Isabella Morlini, 19° assoluta in 41:22.

Da notare un nome: Arturo Ginosa, che nel 2005 aveva vinto la categoria juniores, e dodici anni dopo arriva quarto degli assoluti, con un gran recupero nel tratto in discesa.

La nuova data e la nuova collocazione, oltre ad un tempo massimo più ragionevole, elevato a 1h 20’, hanno incontrato il favore dei podisti, visto che i classificati sfiorano i 300, e i premiati delle sole categorie superano i 50 (e premiati non con bruscoline tipo magliette xxl, ma con vino, caffè etichettato Bologna calcio, salamini).

Daniele Menarini, al microfono, ha ricordato le insistite battaglie del sottoscritto per l’elevazione del tempo massimo.

Così avevo scritto nel 2003:

C’e’ anche chi non ce l’ha fatta, una dozzina di corridori, ripartiti da via XXI Aprile senza nemmeno uno straccio di classifica: e per questi, che si sono messi in gioco (a differenza dei tanti amatori che sono venuti solo a vedere), auspicherei almeno la loro immissione in graduatoria, e –perche’ no? la spesa non sarebbe poi cosi’ ingente- una medaglietta di infimo valore ma con inciso l’ordine d’arrivo. Non si tratta insomma di lucrare qualche pacco gara tipico delle corsette qualunque, la pastina o i biscottini che spesso riducono il podismo a un fare la spesa (queste cose sotto San Luca non sono previste ne’ desiderate), ma semplicemente di finire negli annali di questa corsa.
casaglia san luca 2017 3 jader consolini

E avevo insistito nel 2004:

il tempo massimo fissato nei 50 minuti (cioe' meno di 5' a km, per una gara con 250 m. di dislivello in salita), induce altri a stare a casa o a correre senza pettorale (che e' ancora peggio). Do atto agli organizzatori che la classifica di "Sivori" arriva fino alla 156^, ma penso che si potrebbe o ampliare di 5-10 minuti il tempo massimo, o consentire una partecipazione 'regolare', ma senza accesso ai premi, per una cifra minore di 5 euro richiesti quest'anno (che non sono pochi, per chi sa che alla fine otterra' al massimo una maglietta).

E ancora nel 2005 (notoriamente sono un rompacojones, e guardate che non lo facevo pro domo mea perché io nei 50 minuti ci sono sempre stato, fino appunto al 2005):

una gara un po’ controcorrente rispetto allo stile pensionistico che distingue le corse della zona, e che meriterebbe piu’ concorrenti, magari allettati da un tempo massimo meno disumano (diciamo, un’ora, considerati gli oltre 250 m di dislivello in salita), e stimolati a un cimento contro il cronometro che sarebbe nel pieno spirito decoubertiniano del “citius, altius, fortius”.

Non voglio attribuirmi meriti, ma forse questo rompimento di scatole avrà ronzato nella testa degli organizzatori. Tra cui includo Daniele Menarini, già elogiato nel 2004 in quanto

non solo speaker impeccabile, ma anche autore di un efficace pressing su "Sivori" perche', pochi minuti dopo la conclusione della gara (negli spasmodici istanti in cui tutti gli atleti d'elite affollano i sotterranei del Bar Edison alla ricerca di una busta piena di bigliettoni) mi consegnasse la classifica completa. Obiettivo raggiunto.

Nella stessa ottica, quest’anno do atto a Menarini (che con la barbetta bianchiccia e gli occhialini somiglia a Fabio Fazio, senza però la melensaggine del fatuo e strapagato conduttore Rai) di aver condotto le premiazioni di categoria in un tempo che probabilmente costituisce primato mondiale; badando al sodo, risparmiandoci le battutine e le pseudo-interviste, quaranta minuti dopo l’arrivo degli ultimi aveva già premiato tutti, cioè assoluti, categorie di età (dai 3 ai 5 premi per ciascuna), premio della salita e della discesa. Naturalmente, il merito va anche alla Sdam che forniva tutti i nomi.
casaglia san luca 2017 5 jader consoliniTorniamo alla corsa: dieci minuti prima del via, un giudice severissimo mi fa un urlaccio perché mi alleno oltre la linea di partenza. Strillano le cicale, i gradi del termometro sono 30, si parte facendo il primo km in senso antiorario intorno allo stadio, per poi ricongiungersi col percorso antico all’inizio di via di Casaglia (da dove quelle 15-20 auto in transito non si riescono proprio a bloccare). Dal km 3 si sale sul serio: di 38 m/km, poi 48, infine 70 metri al km 5, dove al buio sta un ristoro di acqua a temperatura di doccia (“saranno 48 gradi!”, urla un ferrarese vicino a me).

Nel frattempo, le cicale si sono ammutite cedendo il canto ai grilli; stupendo come al solito, per chi ha voglia di guardarlo, il panorama dai due lati del crinale, tra Forte Albano e il Cipresso, con Bologna a destra e Casalecchio, Bazzano, Modena forse, sulla sinistra. Due km di saliscendi, poi gli ultimi 90 metri da salire fino al traguardo volante del km 8 di fianco alla chiesa. Infine, il discesone, 180 metri in giù solo dall’8 al 10 (in totale dovrebbero essere 285 metri plus e minus), tra un pubblico crescente, numerosissimo al Meloncello, e gli ultimi duecento metri sotto il rettilineo delle gradinate.

È finita: purtroppo, perché di corse così ce ne vorrebbe una alla settimana. Ristoro uhm uhm (riesco ad apprezzare solo gli spicchi di banane; presto esaurite le bevande, e i wafer non sono il massimo con questa temperatura); chi vuole la birra la paga nello stand a fianco. In zona non intravedo nemmeno una fontanella (le docce sono dall’altra parte dello stadio).

Non resta che dirigersi verso casa, lunga una via Emilia in cui i km sono segnati con un tipo, non nuovo, di segnale luminoso: quello emesso dalle ‘lucciole’, non meno di un paio a km. Mi chiedo se siano questi, i tipi di lavoratrici care al presidente dell’Inps, voglioso di extracomunitarie che fanno i mestieri che le italiane non vogliono più fare (ah sì??), e che coi loro contributi pagano le pensioni degli italiani. A giudicare dal tipo medio di automobilista che accosta a destra, direi che sono le pensioni degli italiani a finire nelle borsette di similari lavoratrici coordinate e continuative.
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Tutte le foto sono di Jader Consolini

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