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Non entro nel merito di chi e come abbia vinto la finale dei 100 metri mondiali (comunque, una delle corse più avvincenti e combattute degli ultimi decenni): da tennessiano adottivo, tifavo moderatamente per Christian Coleman, ma la rimonta finale di Gatlin è stata da brivido, davvero incredibile e sportivamente ammirevole.

 

E non voglio vedere cosa ci sta sotto: se tra dieci anni nuovi tipi di analisi dimostreranno che… se la sbrigherà chi ci sarà. Stando all’oggi, dopo aver visto la diretta e almeno venti replay della finalissima, ho letto il resoconto del “Corrierone”, affidato a Gaia Piccardi: anzi, affidati, perché ne firma due occupando quasi per intero le pagine 38 e 39. Forse li aveva già scritti, come i coccodrilli funebri che sono sempre pronti per i futuri deceduti, e alle 23 si possono già trasmettere per un giornale che esce prima dell’alba.

 

Magari, la Gaia era andata a Londra col peana o epinicio già pronto per Bolt (e il coccodrillo in un cloud secondario); un po’ come le due stagionate corrispondenti fisse della Rai negli Usa, che l’anno scorso mandavano in onda giornalmente un servizio ciascuna per preparare il trionfo di Missis Clinton, e poi, poverine…

 

“I fatti separati dalle opinioni” sarebbe una vecchia legge del giornalismo anglosassone, qui del tutto ignorata; e se i fatti contraddicono le opinioni, si smentiscono i fatti. Tant’è vero che il secondo articolo della Gaia, a fondo pagina (un invito a Bolt perché non si ritiri; e perché non invitare anche Cassano, Toni, Iaquinta, Tardelli, Zoff…, insomma campioni del mondo da destinare all’immortalità dentro gli stadi?) è contornato da due cifre in corpo grande: 9”58, il record del mondo di Bolt 2009; e ancora 9”58, “il tempo stabilito ieri sera da Bolt nella finale dei mondiali”.

 

Peccato che Bolt abbia corso a Londra 2017 in 9”95, cioè al massimo cui possa arrivare ormai, e che appunto è pochino per mordere l’oro assoluto e puntargli contro con l’arco.

 

Diciamo che il secondo 9”58 sia un lapsus freudiano. Ma il resto della prosa della Gaia è ispirato, direi, non a Freud  ma a Emanuele Tesauro, il gesuita che col suo Cannocchiale aristotelico stabilì nel 1654 il record mondiale della retorica, modello per tutti gli scrittori dal barocco in poi; eventualmente con l’aggiunta, da parte della Gaia, dei ricettari ammanniti (con una o due enne) dalle scuole di scrittura e dagli editors che costruiscono i vincitori dei premi letterari. Non pare invece che abbia letto Numero zero di Eco, che fa a pezzi il giornalismo vuoto e retorico di oggi: la polvere è meglio nasconderla sotto il tappeto.

 

Peccato pure che uno sport così genuino e misurabile come la corsa debba essere così enfatizzato, esagerato, falsificato insomma, sulla base del falso principio secondo cui i lettori, senza iperboli tipo “è un gol pazzesco”, non comprerebbero il giornale. Dice una leggenda che, alle soglie del Novecento, Pascoli dovette intervenire dalla cattedra universitaria a scagionare un giornalista, ridicolizzato per aver scritto, in una cronaca ippica, che “il cavallo tiene in pugno la vittoria”. Ma farebbe fatica a difendere la Gaia, in cui la figura retorica imperante è la metafora, secondo i precetti di padre Tesauro: l’unico k.o sui 100 era stato l’autogol clamoroso di Daegu 2011, una falsa partenza troppo brutta per essere vera che aveva miracolato il delfino che non ha i denti per essere squalo più di una notte.

 

Dunque: prima metafora dal pugilato (k.o.), seconda dal calcio (autogol, seguito da clamoroso che è l’aggettivo abituale di autogol: tutti gli autogol e tutti i pali sono sempre clamorosi); terza metafora dalla religione (miracolato), quarta dalla politica (il delfino, cioè il successore del re di Francia) immediatamente trasportata alla biologia marina (lo squalo: metafora di una metafora). Con l’aggiunta della immutatio (o come volete chiamarla, da Tesauro a Eco), cioè della ripresa di una frase fatta cambiando solo una parola (troppo brutta per essere vera).

 

Segue il commiato perfetto di una leggenda imperfetta (nuova “moderazione di uguaglianza”, dicono i rètori), che fa il paio, nell’altro articolo, con una favola dolce, morbida, perfetta; che a sua volta presenta il tipico procedere ternario, qui tre aggettivi, altri tre in bolso, goffo e brutto, e prima tre dimostrativi uniti per asindeto (stessa pista, stessa città, stesso giorno): e vorrei vedere che la stessa pista fosse in una città diversa.

 

Il tutto marcato dall’uso enfatico del punto fermo, a separare parti di frase che invece stanno insieme (è la ricetta-base delle scuole di scrittura e dei romanzi di successo): No, così no. Non possiamo accettarlo. Ripensaci, Lampo. Regalati altri cento metri sotto le scarpette chiodate. Pochi, selezionati, doc. Notate sempre l’insistenza ternaria, non priva di ascendenze cinematografiche (Pochi, maledetti e subito, film del 2009).

 

E a proposito di ascendenze e modelli, non aspettatevi Manzoni ma tutt’al più Mario Calabresi (spingendo la notte più in là, che Gaia adatta per auspicare che Bolt corra fino al 2020), o preferibilmente Bruce Lee (Dal Sudafrica con furore, altra sagace [?] ripresa da titolo di film); c’è anche Harry Potter al contrario, e per i più anziani la magia che trasforma il principe in ranocchio.

 

E più di una strizzata d'occhio ai modi popolari/volgari: Ci hai fregato, comincia l’apostrofe al beneamato; la vita, spesso, se ne frega del lieto fine, si chiude l’altro articolo-lamentazione. E in mezzo ci sta Gatlin, che con due metafore simili è detto sommerso dai fischi, indi seppellito dai buuu (sta a vedere adesso che fare buuu è una bella cosa: perlomeno, la Gaia non si dissocia).

 

Ma inutile prendersela troppo, perché lei l’ha già scritto nel 2011 (così risulta da internet): Io, che non ho bisogno di essere difesa, frase non proprio originale se confrontata con Io, vagabondo che non sono altro (i Nomadi, altra dotta fonte di ispirazione!). In pratica, se ne frega delle opinioni altrui. Quantunque internet presenti, tra le prime citazioni allegate al suo nome, un commento di un lettore piuttosto agguerrito del 2009, secondo cui Gaia Piccardi mi sembra un esempio interessante (anche se deprimente) del giornalismo italiano del XXI secolo, per il suo tono apocalittico / moralistico / scandalistico, privo, secondo me, di ogni sforzo di obiettività o di ricerca della veritàCredo che Gaia Piccardi sia veramente la giornalista del futuro (o dell’eterno presente italiano), da premiare come è accaduto. I giornali sono in mano al marketing che vuole vendere, siamo nell’era in cui l’importante è la notizia, poi i fatti si trovano, come dice Aldo Grasso. In questo clima, bisogna badare al mix dei lettori, bisogna compiacerli, non certo dargli fatti od opinioni che possono metterli a disagio, farli dubitare di sapere già tutto e di aver fatto le scelte giuste in un mondo che magari non è rassicurante ma che loro e la Gaia Piccardi conoscono a puntino e sanno interpretare.

 

Non c’è bisogno di aggiungere altro.

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