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Bragagna Franco Piccardi Gaia Stock84Chi ricorda il vecchio “Calcio minuto per minuto” anni Sessanta, ha nelle orecchie la pubblicità finale: “Se la squadra del vostro cuore ha vinto, brindate con Stock. Se ha perso, consolatevi con Stock”. Ne servirebbe a fiumi, del vecchio brandy Stock 1884, per rifarsi delle botte che il nostro cuore sfortunatamente azzurro riceve ogni giorno seguendo su Rai2 i mondiali di atletica.

 

Botte che, a quanto pare, non colpiscono i “nostri” atleti, solitamente in gara per schivare l’eliminazione al primo turno o, se vanno avanti, l’ultimo posto; ma quando li intervista la Caporale, sprizzano soddisfazione. Il martellista Marco Lingua, qualificato al secondo turno con l’ultimo posto utile, e poi giunto decimo su 12 nella finale, abbonda di “benissimo!” e “son contento”, e di ottimismo “quest’altr’anno agli Europei vado meglio” (cioè, non essendoci americani, cinesi ecc.). Ma il puntuale Bragagna precisa che dei 12 finalisti ai mondiali, 11 erano europei, dunque c’è poco da migliorare; semmai (dice in altra occasione) serve “una prestazione più consona”, senza spiegare con cosa debba “con-sonare”, armonizzarsi, la prestazione.

 

Bè, almeno in finale Lingua c’è arrivato, a differenza della lunghista Laura Strati, rapidamente eliminata, ma che da brava italiana ha la sua giustificazione: “faceva freddissimo e andare oltre la soglia del freddo era difficile”. Forse una mamma premurosa le avrebbe consigliato di non gareggiare in duepezzi ma indossare la maglietta della salute, magari quelle banali un po’ traspiranti un po’ waterproof che indossano le podiste come Laura Betti: ma volete mettere l’effetto di attrazione sugli spettatori? Se non ci sono speranze per le medaglie, c’è da gareggiare per la classifica delle top-model-atlete, come la sua rivale (però medagliata) Darya Kishina, o la Coburn o la Schippers (che però hanno vinto, non solo nella sfilata ma anche sulla pista)…, e via deliziando gli occhi maschili, desiderosi di rifarsi dopo la processione di donne-cannone del peso femminile, purtuttavia denominate “ragazze” dal commentatore tecnico della Rai.

 

Vabbè, il bravissimo Bragagna (malgrado qualche colpo a vuoto, come l’insistenza sul doppiatissimo “ragazzo della Mauritania”… che alla fine  ha “35 anni…, facciamo 33”) è uno dei pochi italiani che ha il coraggio di dire “Cechia” e “Bahamense” (e anche “Moldovo”, che in realtà sarebbe “Moldavo” o “Moldov[e]ano”, a seconda dello schieramento politico del dicitore), e tiene desta la nostra attenzione pure in serate tra il noioso e il frustrante.

 

Il suo puntiglio linguistico, che lo porta a prevaricare sul “Dizionario di ortografia e pronunzia” pubblicato dalla Rai (http://www.dizionario.rai.it/ricerca.aspx), gli fa pronunciare regolarmente qualcosa come Bàkh // Rèin (anche Barrèin; solo per sbaglio il “Barèin” che diciamo tutti ed è raccomandato, accanto a Bahrèen, dallo stesso dizionario); oppure il corretto Voivodìna (troppo difficile la Vòivodina come la chiamano in loco), non “Voivòdina” come diciamo, sbagliando, tutti noi illetterati. Qualche dubbio rimane per il norvegese Warholm, pronunciato “uòrolm” come se fosse inglese: allo stesso modo qualcuno dice “uòterlo” per la battaglia di Waterloo in Belgio.

 

E questa padronanza di lingua trascina l’ottimo Franco a vette di espressionismo o a giochi di parole (ci aspettiamo presto una tesi di laurea di qualche Dams), come quando scende in campo la pesista cinese Gong Lijiao, e allora per Bragagna “è suonato il gong, anche giocando onomatopeicamente” (sic); oppure intona “Sambaaa! No, non c’entra il Brasile, ma è solo il cognome” di Abderrahmane Samba, ostacolista nazionalizzato Qatar.

Notevoli anche i giochi di parole (finemente calibrati sulla paronomasia e addirittura sul “raddoppiamento fonosintattico”) “la parmigiana diffidenza, anzi, di // Fidenza, non con due effe” (9 agosto), e quelli ancora più difficili da esprimere a voce, “un’atleta con l’apostrofo e un // atleta, cioè una donna e un uomo” (9 agosto); “non a dosare, ma ad // osare” (11 agosto).

 

Sono cose da Maestro, cui perdoneremo qualche ingarbugliamento come, a proposito di una deviazione dal tracciato dei 3000 siepi, l’atleta “ha toccato la linea in un punto curvilineo dove in linea teorica” si accorcia il percorso. Quei 3000 siepi la cui successiva finale dell’11 agosto, fra retromarce, cadute, crolli e sprint finali, strappa a Bragagna una serie impressionante di “mamma mia!” e di “incredibile”, addirittura un “non ci posso credere!” alla Aldo Baglio (scriveva Pontiggia che in un’epoca come la nostra, dove si crede a tutto, guaritori santi fattucchiere no-vax ecc., l’aggettivo “incredibile” è la parola più usata di tutte).

 

A pari merito con Thank you very much, congedo abituale delle interviste della Caporale condotte in un inglese degno di Renzi (la gara del lancio del martello, ovvero le “martellate” di Bragagna, è stata “a great race”).

 

E per chiudere coi lanci, ecco una doppia metafora di Bragagna relativa a una pesista sulla pedana bagnata: “rischia di pattinare, rischia di sbagliare sciolina!”. Ma entrando nel terreno delle figure retoriche, è obbligo un’occhiata ai progressi di Gaia Piccardi. Che in entrambi i rituali due articoli sul Corrierone del 10 agosto esordisce con lo “stile nominale” e la struttura ternaria: 1, “Un uomo solo al comando, sotto il diluvio, in corsia sette”; 2, “La barba lunga pronta per l’half shave [che è anche un perfetto endecasillabo a maiore], l’energia contagiosa, la magrezza giusta per spiccare il volo” [dove, da magrezza in poi, è un altro endecasillabo, stavolta a minore]. A seguire nel pezzo 2 compare la prima metafora, ovvero gufata per Tamberi, “ciclone piombato sul Mondiale di Londra per riprendersi pedana, cielo, ambizioni” (non solo metafora ma pure tricolon). Poco fa “piangeva lacrime amare”, ed eccolo ora “chiacchierone  naif e resiliente” (dagli pure col tricolon e col resiliente, all’interno di un nuovo endecasillabo maiore). L’articolo-gufata si chiude con un arguto gioco di parole fondato sulla aequivocatio: “Sogna un podio sotto i 2,35 e noi ce lo immaginiamo sopra”, dove quel sopra è sapientemente ambiguo, sopra il podio o anche sopra i 2,35? Ed ecco la conclusione, al solito ternaria: “Bello, barbuto a metà e felice”. Non c’è che dire, una gufata ben temperata: la proporrei per il premio Pirandello-La patente (portata sul cinema da Totò), ovvero la certificazione ufficiale che la retorica della Gaia ha virtù, diciamo così, apotropaiche (tradotto: porta sf*).

 

Molto più nei ranghi l’articolo 1, dedicato alla riammissione in semifinale di Makwala: pieno di frasi fatte, di metafore consunte (i retori le chiamano catacresi, cioè quelle robe che anche un podista non competitivo conosce e usa). Già si è visto l’uomo solo al comando (figura che potrebbe anche rientrare nell’allusività o intertestualità: lo chiarirà un’altra tesi del Dams?); la Gaia continua con un video che “ha fatto il giro del mondo”, inducendo la Federazione a una “clamorosa retromarcia” (anche il clamoroso piace alla riccioluta cronista; chissà se tra un po’ citerà il Cibali); segue il “vuoto pneumatico delle corsie” (dove pneumatico è un aggettivo cosiddetto desemantizzato, ovvero una collocazione, una specie di completamento obbligatorio, quantunque senza senso, di un sostantivo: come il serpentone multicolore delle partenze podistiche).

 

Complicatissima, infine, e degna del cavalier Marino è la tripla metafora usata per giustificare la debacle di Tortu (un altro “contento” della prestazione: contento lui…): “sbriciolato nella serie di Makwala, in riserva sparata in cima a una stagione che l’ha spremuto come un limone”.

 

Qualche riserva l’abbiamo anche noi, ma non spareremo martellate sulla Gaia: è evidentemente triste, e per evadere dalla dura realtà dell’atletica italiana tenta di spiccare il volo. Tre metri sopra il cielo.

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