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Parma Marathon 2017 foto Daniela Gianaroli

 

Riesce difficile raccontare di un evento sportivo, di per sé gioioso, senza volgere il pensiero alla scomparsa di Luigi Liuzzi, atleta polignanese, classe 1968, due figli: il suo cuore si è fermato a due terzi di gara. Erano in nove, venuti da Polignano per questa maratona, e – per quel poco che può significare – almeno la metà ha corso nei miei paraggi (uno mi è arrivato due minuti davanti, un altro mezzo minuto dietro) e con loro ci siamo anche scambiati battute, specie nel finale (ricordo uno che ringraziava i crampi perché gli consentivano di riposare…).

Non posso dire di aver conosciuto Luigi, ma certamente l’avrò incrociato, forse anche oggi a Parma, forse nel nutrito gruppo che fino a metà gara stava coi pacemaker delle 4.15, o forse a soffrire in solitudine sulle ultime salitelle verso Traversetolo. Certamente quando stavo oltre il km 30 una ambulanza mi ha passato a sirene spiegate; forse la stessa che avevo visto in attesa qualche km prima.

Siate pronti perché il ladro viene quando non lo aspettate, dice il Vangelo; e aggiunge Hemingway che quando senti suonare una campana, non chiederti per chi suona: suona, o può suonare, anche per te.

Detto questo, e ricordando ancora una volta le parole della professoressa sportiva che ogni anno mi rilascia il certificato di idoneità (“questo attesta solo che lei oggi sta bene, domani non si sa”), e sperando che questa disgrazia, sommata alle altre accadute negli ultimi mesi (un morto alla Stratorino cinque mesi fa, uno in Valmalenco 50 giorni fa) non porti ad un ulteriore inasprimento dei già rigidi protocolli medici necessari per la suddetta idoneità, passo a raccontare come ho visto questa seconda edizione della maratona di Parma, risorta almeno per la terza volta dalle ceneri di precedenti 42 km (avevo corso il 14 settembre 2003 una “prima edizione” conclusa da soli 249 atleti, su un percorso simile, ma forse più duro, di quello odierno).

Evidentemente la “nuova” edizione 2016 era piaciuta, tant’è vero che gli arrivati oggi sono 926 (o forse una di più: vedi oltre) contro i 907 dell’anno prima, e sia pur considerando che in questa giornata si sono disputate in Italia ben cinque maratone; più netto l’incremento nella maratona a staffetta (145 squadre contro le 111 del 2016), e clamoroso nella 32 km, che registra 675 arrivati rispetto ai 493 precedenti, anche grazie a una tolleranza abbastanza clamorosa sui tempi massimi.

Molto bella, accogliente e pratica la collocazione nel Parco della Cittadella (dove una quindicina di anni fa, profittando dell’anello delle mura lungo 1000 metri esatti, si corse pure una maratona-ekiden, con tanto di squadra Podisti.net): a sud del centro storico, ma ben servito dai mezzi pubblici, e con ampie possibilità di parcheggio anche gratuito (proporrei però al sindaco di mettere più cartelli direzionali: per ripartire verso l’autostrada ho fatto il giro dell’oca, comprese un paio di inversioni e corsie preferenziali che spero non siano state immortalate dalle telecamere).

Unica relativa scomodità, quella delle docce, ubicate allo stadio e distanti poco meno di un km, da fare rigorosamente a piedi. Ci ha aiutati il bel tempo e la temperatura ideale (17 gradi alla partenza, con un moderato aumento nel corso del giorno); e poi, la soddisfazione di fare la doccia (calda) negli stessi spogliatoi dove l’hanno fatta Buffon e Arrigo Sacchi, Taffarel e Asprilla e così via (nello stanzone troneggia ancora una lavagna con la formazione, i vari Benarrivo e Di Chiara, Apolloni e Minotti, Zola e Lucarelli, e la raccomandazione del mister di tirare in porta…).

Molto celere, al mattino, la distribuzione dei pettorali, mentre la consegna dei gadget avviene a rate, passando cioè dai vari stand dell’Expo: facendo la somma, il pacco gara risulta abbastanza fornito, soprattutto dal settore gastronomico (non siamo a Parma per niente); notevole anche la maglietta tecnica, nera con disegni in rosso. Un ulteriore pacchetto ci verrà messo in mano alla fine della corsa.

È una gara per amatori, quello che Carpi non ha mai saputo essere salvo negli ultimissimi anni di crisi profonda: che a vincere sia un cinquantenne modenese di montagna, Emanuele Piacentini, sopra le 2.43 (dodici minuti più di quanto da lui realizzato a Milano quest’anno), e che la prima delle 135 donne, la 26enne genovese Giulia Montagnini, impieghi 3.01, cinque minuti abbondanti sulla seconda - l’altra ligure, la 42enne Sonia Ceretto - dimostra che tipi di sportivi siano convenuti a Parma. Tra i gruppi più numerosi, i bolognesi ‘ariosi’ del Passo Capponi, il cui animatore Alessio Guidi, libero da obblighi ufficiali di tutoraggio, ha chiuso in 3.29; e gli immancabili Supermaratoneti, con la carpigiana Greta Massari nel ruolo di miss bionda, il sassolese Aligi Vandelli che, in un’andatura per lui di riposo, vincerà in 4.44 la categoria M 70, dove l’inflessibile segretario Mario Liccardi giungerà quinto; e la “Carlotta” Gavazzeni a chiudere la schiera femminile un minutino prima del tempo massimo. Paolino Malavasi (compagno di squadra del primo assoluto) riesce a vincere il duello con Angelo Mastrolia, la cui criniera di indiano è il solo ricordo che gli resta delle prestazioni di anni fa; ma in questi giorni ha la giustificazione di presumibili festini a base di prosciutti e salami vinti in partnership alle premiazioni del podismo tapascionico modenese.

Partenza tutti insieme, compresi i 10 km non competitivi; siccome ci si avvia dall’alto delle mura, mentre l’arrivo sarà “a pianoterra”, il dislivello risultante al Gps sarà leggermente favorevole: salita di 205 metri e discesa di 210. I 32 km (dichiarati 30) partono invece in simultanea nella periferia sud della città, e si perdono i nostri primi 7 km attraverso le bellezze monumentali della città, con la fugace apparizione a qualche decina di metri del Battistero, più un km dentro l’altro parco, il Ducale, già noto ai frequentatori della maratonina di un mesetto fa.

Fuori della città, il giro risale sostanzialmente, poi ridiscende, il percorso del torrente Parma, che incredibilmente al ponte dopo il km 20 (dove sui colli troneggia il castello di Torrechiara) si mostra fornito di acqua. Chiusura al traffico assoluta tranne sulla provinciale “degli argini”, dopo Basilicanova (km 30-36 circa), dove qualche decina di auto ci viene a rompere, le traiettorie e non solo quelle, e qualche autista ci fa pure gesti insolenti perché non stiamo rigorosamente sul ciglio della strada. Incroci, comunque, sempre ben presidiati, e segnalazioni (frecce sull’asfalto: lì nessun presunto cacciatore o contadino le può asportare) al di là di ogni ragionevole dubbio.

Dopo il km sterrato nel parco ducale, un altro ci attende in una carraia di campagna verso il km 25: è l’unico tratto a mettere in difficoltà Sara, minuta ragazza genovese che corre la sua prima maratona a piedi scalzi (mi dice che ce n’è un’altra come lei, però più esperta). La vedo cercare l’erba del ciglio: è l’unico tratto in cui prendo qualche vantaggio su di lei, che poi mi supererà negli ultimi km e andrà a concludere, dicono, sulle 4.30. Dicono, perché non la vedo in classifica (pur avendo lei un pettorale regolare): infatti le avevo chiesto dove teneva il chip, di quelli a disco volante da allacciare alla scarpa, e mi aveva risposto che l’aveva in tasca. “Ma suona?” – “Credo di sì”. Io invece temo di no, peccato: un mio vano suggerimento era stato di legarselo alla caviglia con un elastico o simile. Comunque brava e coraggiosa, e magari qualcuno dirà che dovremmo fare tutti come lei, come Abebe e come l’uomo di Neanderthal. Certamente, dice lo speaker del km 30, se fossero tutti come Sara i negozi di articoli sportivi si ridimensionerebbero…

Gara, si diceva, leggermente ondulata, un po’ come Reggio ma senza strappi vistosi: l’altitudine massima, di 160 metri contro i 46 della partenza, si raggiunge al 21; poi qualche mini-dentino, 150 metri al 24,5, 124 metri al 30,5, e un’ultima salitina che culmina al km 42 per concederci poi la leggera discesa verso il traguardo. Paesaggi campagnoli, caratterizzati dall’odore dell’erba tagliata di fresco, e in qualche tratto dal profumo dei pioppi.

Quanto alla lunghezza effettiva, non spaccio per verità le risultanze del mio Gps; però l’80% dei colleghi cui lo chiedevo segnalavano una distanza finale superiore di 4-500 metri rispetto a quanto indicato dai cartelli. Sbagliavamo tutti? Aggiungo però che almeno Hartmann Stampfer, che misura ‘alla tedesca’, fino a metà corsa garantiva che la misurazione era giusta; idem il bolognese Claudio Lorenzini che in questo caso si troverebbe d’accordo col suo omonimo Maurizio.

Ristori abbastanza regolari e ben forniti, con le bevande idrosaline che perdevano di sapore al passare dei km (dopo il 30, era praticamente acqua); spugnaggi sovrabbondanti. Buono anche il ristoro finale, e per chi non arrivava troppo tardi c’era anche la possibilità di un piatto gratis di tortelloni (oltre alle cose a pagamento; buonissimo il bianco alla spina).

 

Torno dalla doccia in tempo per vedere, sotto la vigilanza di Christian Mainini e degli addetti Sdam (chissà che colore di capelli ha adesso l’altro Christian, Memè?), gli arrivi degli ultimi e degli extra-ultimi, ben dopo le 6 ore di tempo-limite: c’è addirittura qualche partecipante alla 32 km che ricordavo di aver sorpassato lungo la gara. Se avevano l’idoneità sportiva loro, restiamo pur fiduciosi che la daranno anche a noi per qualche secolo almeno.

Chiudono gli stand gastronomici, si smontano le transenne: comincia a circolare la notizia del lutto, che stende un velo di tristezza su una giornata che sarebbe stata perfetta.

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