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Il difficile non è concluderla. Le maggiori difficoltà si hanno nel trovare alloggio in questo delizioso borgo, sebbene sia diventato un albergo diffuso. Ho dovuto smanettare sul computer per più di 6 ore per trovare un B&B che mi accogliesse nella notte precedente la gara. Risolto il problema, gran parte della fatica è fatta. I 51,925 km di asfalto, con D+ 965 m, D- 967 m, alt. min. 1095 m e alt. max. 1626 m, sono un divertimento puro per la bellezza dei luoghi, percorribili ampiamente sotto le 6 ore.

 

Una piccola piazza accoglie i numerosi partecipanti a questa gara, che subito si allungano a serpente nelle strette e sinuose vie medievali risalenti spiralmente verso la Torre Medicea, ombrate, decisamente buie nei “sottarchi”, e sassose. La luce diventa abbagliante una volta completato il giro del borgo visto dall’interno. Il pensiero corre agli ultimi chilometri, quando dall’alto e all’improvviso apparirà in tutto il suo splendore il suo profilo visto dall’esterno, vero botto finale della gara organizzata con piglio manageriale da Franco Schiazza.

 

In attesa dello spettacolo conclusivo e approfittando della strada in discesa, al momento mi godo il panorama che offrono le città fortificate di Castelvecchio Calvisio e Carapelle Calvisio in equilibrio instabile sulla cima di un colle, mentre temo per la mia incolumità nell’alzare lo sguardo verso i 1512 m della Rocca di Calascio, i cui ruderi sembrano poter rovinarmi addosso.

 

L’arrivo a Calascio offre un piccolo assaggio delle difficoltà altimetriche della gara. Si riprende fiato nella susseguente discesa della valle coltivata a lenticchie, cicerchie e zafferano. Raggiunto il punto più basso (1095 m s.l.m.), il percorso quindi sale inesorabilmente fino a toccare la pendenza del 15% al passaggio davanti al cimitero di Castel del Monte, dove pare proprio di morire sotto il sole infuocato. I sopravvissuti hanno ancora da sbuffare fino al 22° km del Valico di Capo la Serra (1600 m s.l.m.) per raggiungere la sterminata prateria di Campo Imperatore, e correre finalmente su un falsopiano senza il cuore in gola.

 

La strada scivola rettilinea nel mezzo dell’altopiano fra verdi prati su cui galoppano cavalli in libertà e stanziano bovini e ovini. Corro da poco in pianura, e già mi assale la nostalgia delle salite. Mi vien voglia di abbandonare l’asfalto del percorso ufficiale per salire sul Monte Camicia (2564 m), sul Monte Prena (2561 m) e sul Corno Grande del Gran Sasso (2912 m), che circondano l’intera vallata, spesso scenario d’eccezione per i film di Bud Spencer e Terence Hill. Ma non c’è tempo. Il tracciato di gara prevede l’abbandono di Campo Imperatore, l’ascesa alla quota altimetrica più alta (1628 m) e la lunga discesa verso il traguardo in Piazza Medicea. Rivolgo un ultimo sguardo al Signore degli Appennini, la cui roccia cristallina colpita dai raggi solari emana bagliori che lo avvolgono in una luminosità regale, e mi involo con prudenza verso l’arrivo.

 

Negli ultimi chilometri della discesa, alla vista di Santo Stefano di Sessanio, situato su un ripidissimo pendio a cavaliere di due valli e con le sue case aggrappate alla Torre Medicea specchiantesi in un laghetto, rompo ogni indugio e mi lancio giù per i tornanti. Vorrei volare, anzi buttarmi dall’alto a tuffo in quel laghetto tondeggiante, che sembra un occhietto, per dare refrigerio alle mie membra bollenti per la calura. Nella foga, non mi accorgo che Giorgio Pelagalli, compagno di corsa negli ultimi 25 km, ha perso contatto da me, e solo un veloce saluto riesco a rivolgere a Giorgio Salimbene. Taglio il traguardo morto, ma felice.

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