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Quasi mezzo secolo fa cominciava la crociata contro il doping, fino ad allora pratica diffusa ed anzi quasi obbligatoria per chi volesse stupire i propri fans, ed ancor oggi molto presente in tutti gli sport.

 

Dopo trent’anni di contrasto morbido, il CIO nel 1999 creò un organismo apposito per coordinare la lotta al doping, AMA in francese e WADA in inglese, con sede prima a Losanna e poi dal 2002 a Montreal.

 

In Italia la normativa internazionale fu resa operativa con la Legge 376/2000, nel 2007 fu creata la NADO Italia, Organizzazione Nazionale Antidoping, col compito di far applicare il Codice Mondiale Antidoping; e nel 2012 il Ministero della Salute emise un Decreto attuativo.

 

Il CONI dovette occuparsi dell’applicazione nel campo sportivo: in sintesi le Federazioni Sportive, gli Enti di Promozione Sportiva (con alcune concessioni), le Leghe, le Società sono tenuti a rispettare le Norme Sportive Antidoping, per la cui applicazione è richiesta solo la pubblicazione sul sito www.nadoitalia.it.

 

Gli Atleti ed il personale di supporto, in virtù della loro affiliazione, tesseramento o accreditamento hanno l’obbligo di conoscere e rispettare le Norme Sportive Antidoping quale condizione indispensabile per la partecipazione ad attività sportive.

 

In particolare ciascun atleta deve accertarsi personalmente di non assumere alcuna sostanza vietata.

 

Non è necessario dimostrare dolo, colpa, negligenza o uso consapevole da parte dell’atleta: questi sarà ritenuto responsabile per il solo rinvenimento nei propri campioni biologici di qualsiasi sostanza vietata, metabolita o maker.

 

Questo cambio di passo nella lotta al doping si vede dal numero crescente di provvedimenti presi dalla NADO e pubblicati sul suo sito: mi ha colpito il numero di sanzioni relative a persone NON tesserate, in base all’articolo 8 delle Norme.

 

Purtroppo i tesserati non hanno ancora recepito la gravità della situazione e accampano le più strane giustificazioni: ne abbiamo già discusso nell’affare Moletto, non presentatosi al prelievo  perché aveva degli impegni e non voleva perdere tempo a cercare il luogo dove recarsi.

 

Ora spunta il caso di Federica Moroni, terza alla 50 km di Romagna, Campionato Italiano Master, squalificata per un anno per presenza di Clostebol metabolita nelle analisi effettuate nel controllo antidoping.

 

La sua difesa è appassionata, al limite del patetismo per chi conosca le regole vigenti: “Avevo le vesciche ai piedi e la mia farmacista mi ha consigliato e venduto il Trofodermin, non sapevo che fosse nelle sostanze dopanti, è solo una pomata”.

 

Le norme, come abbiamo visto, purtroppo dicono chiaramente che l’atleta è responsabile sempre e comunque. La sentenza del Tribunale, un anno di squalifica, è coerente con la normativa: sarebbero quattro anni per violazione intenzionale, ridotti a due o uno a seconda del grado di colpa o negligenza; è stata riconosciuta quindi la buona fede della Moroni, ma anche la superficialità del suo comportamento: non ha senso dire, come ha fatto, “mi sarei aspettata più intelligenza e più cuore”. Ripetiamo il “purtroppo”, ma la sentenza non fa una grinza.

 

Preme infine sottolineare alcuni aspetti importanti.

 

C’è una profonda confusione sul “podismo”, che in realtà è “corsa su strada” all’interno dell’atletica: il certificato medico è emesso per l’attività agonistica atletica leggera; il podismo è un settore dell’atletica e non una disciplina a parte.

 

Non si può argomentare “io sono un amatore, corro per diletto” quando si partecipa ad un Campionato Italiano con premi in denaro (400 euro, ridotti a 200 per tempo superiore alle 3h30’: per la Moroni 3h36’48”; più trofeo, più premio di valore, più maglia di Campionessa Italiana SF45)

 

“Non ho assistenza medica come i professionisti” argomenta la Moroni. Altro punto dolente, che ho già denunciato più volte, relativo alle Società.

 

Il Presidente di una Società sportiva, in quanto responsabile  legale, risponde del comportamento dei propri tesserati ai quali deve assicurare assistenza, tecnica, morale e sanitaria: per questo nell’organico della Società sono tesserati oltre ai tecnici,  il medico sociale. Non occorre essere professionisti per avere la sua consulenza.

 

In conclusione: il vento è cambiato in tema di lotta al doping, ora si fa sul serio, occorre un salto di qualità anche da parte degli atleti, non a caso nella riunione del Club Elite è stata dedicata particolare attenzione alla reperibilità, onde evitare guai come per i 26 deferiti prima di Rio. Sarebbe opportuno che la FIDAL e gli EPS s’impegnassero in un’azione di sensibilizzazione dei propri tesserati: non con comunicati, che pochi leggono, ma con riunioni ad hoc, per chiarire gli aspetti più importanti della normativa, in quanto,  come ammonisce un vecchio proverbio sempre attuale, “uomo avvisato è mezzo salvato”.

 

Link: Testo integrale della sentenza e dichiarazioni dell’atleta condannata (dal sito claudiobernagozzi.net e da newsrimini.it del 27 ottobre)

http://www.claudiobernagozzi.net/1/la_sentenza_di_squalifica_per_federica_moroni_11454468.html

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